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Festival di Cannes: Blindness da Cecità di José Saramago

Il ritratto impietoso del nostro mondo disegnato a tinte fosche da José Saramago nel romanzo Cecità (Ensaio sobre a cegueira) è diventato un film. Col titolo di Blindness è stato presentato al festival di Cannes il racconto sconvolgente del nostro mondo che sta perdendo la vista, che sta perdendo di vista l’umanità. «Quanto ho sofferto a scrivere questo libro!– aveva dichiarato a suo tempo l’autore – È stato come una lunga malattia… E adesso che ne sono fuori, l’unica cosa che vi posso e mi posso augurare è che soffriate davvero anche voi!». Di sofferenza ce n’è tanta nel romanzo. Si spera che anche il film che ne è stato tratto costituisca per lo spettatore una salutare stagione all’inferno! (f.t.)

Appena uscito da una lunga malattia – fisica, questa volta – il Nobel portoghese ha rilasciato una lunga intervista al giornale spagnolo El Pais, ripresa da La Repubblica.

Intervista a José Saramago

La mia vita rifiorisce a Lisbona

Repubblica — 03 maggio 2008 pagina 58 sezione: CULTURA

Pochi tra coloro che lo scorso dicembre hanno potuto vederlo in ospedale, a Lanzarote, avrebbero pensato che l' uomo che qualche giorno fa ha presenziato all'inaugurazione di una mostra sulla sua vita era la stessa persona. In quel momento, José Saramago, 85 anni, premio Nobel per la letteratura, stava prendendo congedo dalla vita; sua moglie, Pilar del Rio, sua compagna dal 1986, quella che lo ha portato a vivere a Lanzarote, ha promesso anche a se stessa: «Ce la faremo, ce la faremo ad arrivare alla primavera». E in primavera, ormai rimesso, quell'uomo che allora era alla fine ritorna a Lisbona come fosse protagonista di una risurrezione. Non è stata una risurrezione, dice lui, «semmai un ritorno». All' inaugurazione della mostra (già passata a Lanzarote) nel Palacio de Ajuda di Lisbona, a cui hanno presenziato il primo ministro portoghese José Socrates e il ministro della Cultura spagnolo, Saramago ha ricordato l'emblema della sua vita, pescato da una frase di Pessoa: «Per essere grandi bisogna essere interi». Prima dell' intervento pubblico, nella sua casa tranquilla e piccolina della capitale portoghese, ha raccontato l'esperienza da cui è uscito vivo.

G. Come si sente?
S. «In termini relativi, e tenendo conto di quello che ho sofferto negli ultimi mesi, straordinariamente bene. C'è un termine di comparazione: mi vedo adesso e ricordo come stavo prima. Ho addirittura una certa difficoltà a paragonare queste due persone, quella che sono stato e quella che è qui ora. La differenza è talmente grande che arrivo a pensare che sia stato tutto un sogno. Anzi, un incubo. Sto molto bene. Proseguo nella mia convalescenza e sto lavorando, sto scrivendo».

G. Abbiamo temuto che non sarebbe stato qui per raccontarcelo.
S. «Non sono arrivato a pensare una cosa simile; pensavo che stavo veramente male, in uno stato deplorevole, però avevo molta fiducia nei miei medici, in quelli che mi hanno curato. Ma alla fin fine nelle mie ore di solitudine, che in fondo erano quasi tutte, anche se Pilar è sempre stata al mio fianco, ho accettato come un' ipotesi abbastanza naturale la possibilità di non uscirne. O, peggio ancora, di uscirne per andare dall'altra parte... Quello che per me è stato sorprendente è la serenità con la quale ho accettato, senza paura e senza angosce, l'ipotesi di non sopravvivere alla malattia. E questa serenità e questa tranquillità non è che mi abbiano riconciliato con l'idea della morte, perché non c' è da riconciliarsi con l’idea della morte, ma mi hanno aiutato a contemplare questa evenienza come qualcosa di naturale. E per di più ineluttabile. Non potevo far nulla contro di essa. Puoi armarti della forza che trovi in te per non cedere al panico, alla paura, all' angoscia di una possibile fine. Tutto questo l' ho vissuto, ma dato che ora sto bene non lo ricordo come una situazione realmente accaduta, bensì come un incubo. E l'unica cosa che dovevo fare era svegliarmi da quell'incubo. Mi sono svegliato».

G. Che cosa ha visto al risveglio?
S. «Non era come stare in un incubo di quelli che quando ti svegli ricordi. Per tutto quel tempo non sono stato uno ma due. Uno che era malato e un altro che assisteva a tutto quello che succedeva a quello che era malato. Vivevo un incubo e contemporaneamente vi assistevo».

G. Questa cosa le avrà creato un'emozione molto forte.
S. «Non lo so. Mi sono sentito in uno stato di quasi anestesia totale. Voglio dire che l'ho vissuto non con indifferenza, assolutamente, al contrario, ma potrei arrivare a dirti che l'ho vissuto senza emozioni. Non ricordo di aver ceduto al peso di un sentimento qualsiasi, di paura o di pena. No. Esaminavo me stesso con una freddezza quasi scientifica. Ho sviluppato, questo sì, un senso dell'umorismo molto attivo, nelle conversazioni con i medici e con le infermiere. Non sono mai stato di umore ridanciano, però lì mi sono mostrato in questo, scherzavo su quello che stava succedendo, ho smitizzato il dramma. E io non racconto mai barzellette! Credo che questo mi abbia protetto da un sentimentalismo facile, un po' piagnucoloso; non ho mai avvertito questo rischio, ma in questa occasione ne sono stato completamente immune. Sempre».

G. Ha sentito rabbia?
S. «Rabbia per che cosa?».

G. Perché stava perdendo la vita.
S. «Ma la rabbia è inutile se non c' è un obiettivo contro cui dirigerla. Che rabbia sarebbe? Contro me stesso? Contro un potere superiore che avrebbe deciso che la mia vita finisca là? E anche se questo potere superiore esistesse, come gli giungerebbero gli effetti della mia rabbia? No, nessuna rabbia. Morire, terminare e provare rabbia, a che scopo? Chi si crede di essere questa persona per provare rabbia? Ho creduto di aver diritto a continuare a vivere? Credo di sì. Lo ammetto. Ma quello che mi impressiona è l' inutilità della rabbia in circostanze simili».

G. Rassegnazione, nemmeno?
S. «Non è rassegnazione, è semplicemente un' accettazione. Sono due movimenti distinti. Lo accetti perché non hai altra via d'uscita. La rassegnazione è accettazione, ma è anche rinuncia. E non è detto che ci sia rinuncia nell'accettazione».

G. Questa ora è come una risurrezione.
S. «Da un certo punto di vista sì. Perché sei testimone del risveglio di un corpo addormentato, e quel corpo è il tuo. I medici stanno facendo il loro lavoro, e il tuo è quello di aiutare il tuo corpo in quel processo che si può chiamare di risurrezione. A me però piace più chiamarlo processo di ritorno, è meno drammatico e più chiaro. Stai tornando da te stesso. Ero ridotto a un individuo che stava lì e non aveva animo, forza né voglia di scrivere. L' unica parte del corpo che non ha sofferto questa perdita di tono credo che sia stata il cervello, che ha dimostrato un'attività straordinaria, che non riesco a spiegare. Non sono mai caduto in questa sonnolenza, sono sempre stato molto sveglio, con capacità di osservare e commentare. Addirittura di fare battute!».

G. Questo l'avrà salvata.
S. «Forse sì. Questo e lo stato eccellente del mio cuore. Quando il corpo sembrava incline a rinunciare, il cuore ha continuato a combattere e ha vinto la battaglia».

G. E il romanzo?
S. «Era qualcosa che potevo terminare o no. O riesci a uscire e torni a casa, o quello che stavi facendo rimane incompiuto. Il viaggio dell'elefante. Va avanti».

G. In molti abbiamo temuto che questa mostra che si inaugura adesso a Lisbona sarebbe stata una mostra postuma. Come si sente a vederla tra la sua gente?
S. «Molto contento, molto felice. Non è che questo viaggio sia una specie di riconciliazione con la mia gente, non ho mai voltato le spalle al paese in cui sono nato. Sono sempre tornato; dopo la malattia e tutto il resto si dice che c'è stato un rincontro. Per un rincontro, servono per lo meno due cose, la patria e la persona, ma la patria è un'astrazione, non mi si è presentata, né ora né mai, vestita chissà come, dicendo "io sono la patria", ma un individuo appartiene a un luogo, a una storia, a una lingua, e io credo che sia questo la patria. Sono molto critico riguardo alla situazione sociale e politica del Portogallo, penso che lo spirito delle persone sia decaduto, sembra aver rinunciato al futuro. Andiamo tutti in gregge, ma questo è il mio Paese, punto. Non è il più bello, né il più intelligente, né il più inventivo, ma è il mio Paese. Anni fa, mi chiesero che rapporti avevo con la mia terra. E io risposi: mi piace ciò che questo Paese ha fatto di me. Perché puoi protestare contro questa o quell' altra cosa, ma quello che non puoi negare è che il bene e il male è quello che ha fatto a te, e poi decidi se ti piace o no. Ma se ti piace, ammettilo. In fondo, la cosa è molto semplice; io posso criticare il Portogallo, ma c' è una domanda: "Chi sarei se non fossi nato in questa parte del mondo?"».

G. E la risposta è?
S. «Sarei più intelligente, avrei scritto un'opera più importante, la gente mi riconoscerebbe per strada, darebbero il mio nome a strade o a istituti? Non lo so. Si è quello che si è e basta».

(Traduzione di Fabio Galimberti) Copyright El Pais - La Repubblica - LISBONA