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LA SAUDADE

secondo

ANTONIO TABUCCHI

(Lettera di Antonio Tabucchi a Remo Ceserani)

L'ARABA FENICE.
TENTATIVO DISSENNATO DI DEFINIRE A UN AMICO UNA PAROLA INDEFINIBILE*

Caro Remo,

giorni fa, chiacchierando con un comune amico portoghese che mi chiedeva cosa stessi facendo, ho detto che stavo girando intorno a un racconto che avevo in mente di scrivere per la miscellanea che ti stanno preparando, intitolato Le farfalle di Luino. E lui mi fa: «Ah, o nosso querido Ceserani, tenho Saudades dele!» («Ah, il nostro caro Ceserani, ho Saudades di lui» al plurale in questo caso). Immediatamente ho avuto Saudades tue anch'io (ovviamente al plurale), perché la Saudade è contagiosa. Non di rado la Saudade è democratica, e quando viene condivisa è per forza al plurale (un pezzetto di Saudade a ciascuno). E così mi sono detto: ma quasi quasi, al posto del racconto che prima o poi dedicherò a Remo, affronto una buona volta la definizione di questa parola (come è noto intraducibile), memore di quando eri venuto a Lisbona e ogni volta che ci vedevamo, con quella tua arietta fra lo svagato e il malizioso, mi chiedevi: «Antonio, ma cos'è questa famosa Saudade?», e io vigliaccamente rispondevo: «è una parola intraducibile». Ebbene, caro Remo, ho deciso in questa sede di affrontare seriamente il problema, e di inchiodare questa parola sfuggente (come le farfalle di Nabokov, che io però trasferirei a Luino), di spillarla al lemma che le compete.

L'autorevole MORAIS (che è come dire il BATTAGLIA, per il Portogallo, ma è stato pubblicato molto prima), alla voce 'Saudade' così recita: «Dall'antico soidade, con probabile influenza di saúde [italiano: 'salute'], malinconia causata dal ricordo di un bene del quale si è privati; pena, dolore provocato dall'assenza di qualcuno o dell'oggetto amato; ricordo dolce e simultaneamente triste di una persona a noi cara; secondo alcuni autori, è priva di corrispettivo in altre lingue». Segue, come esempio di queste prime definizioni, la citazione di un poeta romantico, Almeida Garrett, di cui ti trascrivo i primi versi:

Saudade! Gosto amargo de infelizes,
Delicioso pungir de acerbo espinho,
Que me estás repassando o íntimo peito
Com dor que os seios d'alma dilacera,
- Mas dor que tem prazeres - Saudades!

Saudade! Gusto amaro di infelici,
Dolce puntura di agreste rovo,
Tu trapassi il profondo del mio petto
Con un dolore che lacera l'anima,
Ma dolor dilettoso, Saudade!

Ma il MORAIS non si ferma qui. Enumera anche altre valenze semantiche contenute in questa parola. Ad esempio 'Malinconia'; 'Saluti inviati in modo familiare a una persona assente per manifestare la nostra stima e affetto nei suoi confronti (si adopera più frequentemente al plurale)'; 'Nostalgia, tristezza profonda causata dalla lontananza della famiglia o della patria'; 'Sentimento luttuoso, dispiacere, cupaggine, provocati dal ricordo di un avvenimento triste o allegro'. E altre variazioni sul tema che ti risparmio, ciascuna di esse confortata da esempi letterari indiscutibili.

Non voglio mancare di rispetto all'illustre MORAIS, ma secondo me l'etimo saúde ('salute') con la Saudade c'entra poco, a meno che non si voglia fare di un saudadoso (cioè uno che ha Saudade) una specie di infermo di una malattia tipo tisi, che un tempo si chiamava 'dolce malattia' e che consumava con surrettizia delicatezza. Sempre a mio avviso c'entra di più la solitate, cioè la solitudine, e dunque l'abbandono. Anche se (e qui di nuovo la Saudade ci fa lo sgambetto), essendo come dicevo un sentimento (stavo per dire 'una parola') provabile in compagnia, e una solitudine pluralizzabile e condivisibile (un po' come lo spinello), e dunque in opposizione alla solitudine.

In italiano (come anche in altre lingue europee) la Saudade viene generalmente tradotta con 'nostalgia'. Parola inadeguata, ma soprattutto troppo giovane per un termine così antico come la Saudade. Semmai, se proprio volessimo andare in direzione nostalgica, meglio tornerebbe all'uopo il 'desío' dantesco, che nello strazio reca una tenera dolcezza, visto che quel desío (a cui l'ora volge) intenerisce il cuore a chi naviga in mari lontani. Ma della parola 'desío' si è perso l'uso. Oggi lo si chiamerebbe 'struggimento'. Forse 'magone'. Com'è noto la 'nostalgia' fu coniata nel Settecento da Johannes Hofer, che indicava con essa la 'malattia dei paese' (Heim Weh) dei soldati mercenari svizzeri, che lontani a lungo da casa a un certo punto deperivano, cadevano in malinconia e si ammalavano (un fattore scatenante della patologia pare fosse lo struggente Kuhreigen, un canto montano dei pastori, forse dalle origini magiche). E qui saremmo ancora al cosiddetto 'magone', seppure in forma acuta. Ma per Eduardo Lourenço, il maggior filosofo portoghese vivente, che si è fatto etnologo dell'anima lusitana (O labirinto da Saudade) la Saudade è qualcosa di più di tutto questo: quasi una categoria dello spirito che non si trova altrove (la Saudade è una cosa che solo i portoghesi hanno perché hanno una parola per dire che ce l'hanno, ha scritto Pessoa), una Stimmung che costituisce anche un labirinto nel quale i portoghesi sono penetrati (o si sono rifugiati) senza riuscire a trovare più una via d'uscita.

Caro Remo, il mio discorso comincia a farsi alquanto brumoso, me ne rendo conto, ma facendo di necessità virtù, e visto che la nebbia ben si addice al clima delle coste atlantiche del Portogallo, tenterei di forzare la serratura della Saudade grazie a uno dei miti più importanti della letteratura portoghese, dove la nebbia è indispensabile. Si racconta infatti che O Desejado, 'il Desiderato', cioè Don Sebastiano, debba far ritorno in un mattino brumoso per riportare il Portogallo alla perduta grandezza il che offre pretesto a una Saudade nazionale stavolta piena di fiducia. Don Sebastiano (1557 1578), ultimo discendente della dinastia Aviz, il 'Re-bambino' al quale Camões dedicò I Lusiadi, era stato educato severamente e religiosamente dallo zio, il cardinale Don Henrique, e un bel giorno decise di combattere i Mori, che peraltro erano già stati cacciati dalla penisola iberica molti anni prima e se ne stavano nel Nordafrica senza dare noia a nessuno. Animato da un esuberante misticismo e (a dire delle malelingue) incoraggiato dallo scaltro cugino Filippo II (gli storici seri hanno appurato che Filippo non c'entrò un bel nulla), se ne partì col suo esercito (il fior fiore della nobiltà portoghese, con l'aggiunta di truppe mercenarie che gli erano costate il tesoro del regno) per l'ardita impresa. La partenza di questo tardo crociato mi ricorda il nostro Visconti Venosta, perché anche il prode Don Sebastiano mise l'elmo sulla testa, e lo fece mettere a tutto l’esercito. E non solo l’eImo. Nel deserto di Ksar el-Kebir, sotto un sole rovente, i soldati dell’esercito portoghese, ingabbiati nelle pesanti armature di ferro che li resero bolliti, furono sbaragliati in un battibaleno dalla cavalleria leggera dei Mori. Il cadavere di Don Sebastiano non fu mai ritrovato sul campo di battaglia, dove secondo la leggenda accanto ai soldati morti restarono migliaia di chitarre (e questo sì che è sintomo di Saudade!). Muore il sovrano, nasce il mito. Anche perché, estintasi con lui la dinastia Aviz, Filippo Il di Spagna, legittimo successore al trono per li rami, non perse l'occasione di annettere il Portogallo alla corona spagnola, sì che il piccolo ma fiero Portogallo, che per secoli aveva respinto in eroiche battaglie i tentativi d’invasione della poderosa Spagna, si ritrovò spagnolo per vie burocratiche. Fu una dominazione che durò per sessant’anni, fin quando ai portoghesi non gli saltò la mosca al naso e non defenestrarono (in senso letterale: il corpo cadde sul selciato fra la folla) il Vicerè spagnolo a Lisbona. Ma intanto in sessant'anni il mito del 'Desiderato', che un giorno di nebbia avrebbe restituito al Portogallo la su libertà, crebbe come una palla di neve. E noi sappiamo quali Saudades il sogno della libertà può alimentare. Soprattutto se non la si cerca, ma la si aspetta, che è sì cara.

Nel Seicento, sulle ali del pessimismo barocco, nasce il Desengano: si credeva, si credeva, e invece... Ma, come si sa, non di rado le delusioni generano nuove illusioni. La Saudade sebastianista rimasta senza esito (il 'Desiderato' si fece troppo desiderare) si trasforma in profezia. Della trasformazione si incaricò il padre gesuita António Vieira, fecondissimo prosatore e predicatore, strenuo paladino degli Indios brasiliani, uomo di Chiesa e di mondo che si eresse ad ambasciatore dei poveretti sfruttati dall'avidità coloniale del regno di Portogallo portando la sua filantropica eloquenza fino al soglio di Pietro. Insieme con le sue affascinanti prediche, costruite su una incomparabile arte retorica, elaborò un trattatello storico (o di fantastoria), História do Futuro, idea che supera perfino il pensiero più avanzato del signor Hegel. Padre António Vieira fu un grande meteorologo della storia: il futuro del Portogallo, ne è convinto non condivide le sorti dei comuni paesi delI’Europa; al suo Paese è riservato un futuro Quinto Impero, all'insegna della supremazia spirituale, per interpretare il quale il lungimirante predicatore rispolvera la profezia di Daniele che interpreta il sogno di Nabucodonosor. Con Vieira i portoghesi smisero di avere Saudade di una grandezza passata che si ostinava a non tornare, e si misero a praticare la nostalgia del futuro, cosa per altro più saggia, perché il passato non è detto che torni, ma il futuro prima o poi ha da venire.

Il Romanticismo, che in Portogallo assume un tono prevalentemente patriottico e democratico, non celebra né il trono né la Chiesa, e trova dunque voce soprattutto in autori in esilio. Con Almeida Garrett, di cui ti parlavo prima, la Saudade, conquistando dimensioni storico poIitiche, diventa ansia di liberazione, anelito di futuro e valore progressista. Nel suo Frei Luís de Sousa, un'opera patriottica condannata dal destino a diventare una lettura imposta agli studenti liceali dal Ministero della Pubblica Istruzione (come da noi I promessi sposi), la Saudade è ormai un complesso di cose (patriottismo, nazionalismo, agnizione poetica, desiderio di riscatto) che è davvero impossibile tradurre con una parola in italiano.

Nell’Ottocento ci furono però anche autori che elevarono la Saudade a una dimensione metafisica. Dell’ascensione alle vette si incaricò soprattutto Antero de Quental (1842 1891), uno dei più grandi poeti portoghesi di sempre, uomo tellurico quanto le sue Azzorre natali, materialista e socialista utopista, che durante i suoi studi di giurisprudenza a Coimbra dalle lettere di Michelet e Proudhon era pervenuto allo studio dell'astronomia e delle geometrie, lasciandosi sedurre dall'ipotesi cosmogonica di Laplace e della concezione matematica della spazio. Antero frequentò la filosofa tedesca e in pari misura trasse da Hegel un vigoroso ottimismo sul futuro dell'uomo e da Schopenhauer un profondo pessimismo sulla natura individuale. Apparentemente ebbe il sopravvento la seconda influenza, dato che a quarantanove anni, tornato in patria dai suoi vagabondaggi per il mondo, si suicidò su una panchina pubblica davanti alla bianca cattedrale di Ponta Delgada. Ma il fatto che per raggiungere il suicidio abbia avuto bisogno di due successivi colpi di pistola alla tempia, poiché la prima pallottola non era bastata, suggerisce l’idea di una buona volontà che forse non è del tutto estranea alla qualità dell’ottimismo. Nei suoi appunti degli ultimi anni Antero annotò di «soffrire di infinito», il che fa supporre una discendenza leopardiana dove il dolce naufragar sia diventato patologia quotidiana.

Nei suoi straordinari sonetti, piccoli congegni misteriosi e astratti nei quali tradusse la sua concezione della macchina cosmica, aleggia una Saudade che non si sa se assomigli di più a una sorta di Aleph preborghesiano, a un’anima collettiva di tipo spinoziano, ma vibrante delle energie dell'universo secondo certe concezioni positiviste-elettriche dell'epoca, o a un totale vuoto pneumatico, sorta di Mu che a pensarci bene non è del tutto estraneo a quel tipo di rapimento che introduce a questa ineffabile dimensione lusitana. Ma il fatto più curioso è che dopo aver portato la Saudade a vette così impervie, Antero evita accuratamente di nominarla. La rammenta solo in due sonetti, Despondency e Trascendentalismo, modificandone però il nome in Soledade, che è un arcaismo e un ispanismo insieme senza essere né l'uno né l'altro. Ti cito la chiusura del secondo sonetto:

Na esfera do invisível, do intangível,
sobre desertos, vácuo, soledade,
voa e paira o espírito impassível.

Nella sfera dell’invisibile, dell’intangibile,
Sopra deserti, vuoto e soledade,
vola e aleggia lo spirito impassibile.

Purtroppo l’ibrido utilizzato da Antero rende la parola ancora più intraducibile dell’originale portoghese, per cui sono costretto a lasciarla tale e quale nella versione italiana.

Nel Novecento la Saudade lievita con le idee politiche del tempo a cui appartiene. Nella sua proprietà agricola del Nord del Portogallo, nel villaggio di Pascoaes dal quale deriva il suo nom de plume, Teixeira de Pascoaes, poeta tipo il nostro Pascoli, vagheggia di fare della Saudade una categoria dello spirito, una quintessenza dell’anima portoghese. Nella sua Arte de ser Português (L’arte di essere Portoghese), Pascoaes dichiara che solo fra le montagne del Marão, la provincia profonda dove il Portogallo è rimasto puro, si può capire come la terra sia l’autentica scaturigine della «razza portoghese», la «granitica asprezza e l’idillio verdeggiante da cui è nata l’anima lusiade».

Autoctonia, terra nutrita dai cadaveri degli avi che genera i veri cittadini di quella terra un discorso analogo, meno poetico di quello di Pascoli e Pascoaes, lo fa in Francia, in quegli stessi anni, Charles Maurras. È un diritto di cittadinanza 'superiore' che prescinde dall’eugenetica, e che è alla base del fascismo più moderno, vedi in Italia certi partiti localistici di recente formazione. Le idee di Pascoaes trovarono presto diffusione sulla rivista «A Águia» (1911), pubblicata a Oporto, portavoce del Saudosismo (movimento dal nome ovviamente intraducibile) nella cui cerchia figurarono, fra gli altri, Miguel de Unamuno e il giovane Fernando Pessoa, che però si stancò ben presto del Saudosismo trovandolo troppo provinciale. Alla Saudade rocciosa e terragna di Pascoaes, Pessoa oppose una Saudade così lieve e ineffabile che appartiene solo alla parola, e con essa evapora come un fiato d'aria. Per far capire che cosa aveva capito della Saudade, Fernando Pessoa scrisse la poesia Saudade Dada (cioè Saudade data, participio passato del verbo dare) che qui ti riporto:

Em horas inda louras, lindas
Clorindas e Belindas, brandas,
Brincam no tempo das berlindas,
As vindas vendo das varandas.
De onde ouvem vir a rir as vindas
Fitam a fio as frias bandas.

Mas em tomo à tarde se entorna
A atordoar o ar que arde
Que a eternal tarde já não torna!
E em tom de atoarda todo o alarde
Do adornado ardor transtoma
No ar de torpor da tarda tarde.

E há nevoentos desencantos
Dos encantos dos pensamentos
Nos santos lentos dos recantos
Dos bentos antos dos conventos...
Prantos de intentos, lentos, tantos
Que encantam os atentos ventos.

Sarà una Saudade dada (participio passato del verbo dare) o una Saudade dadà, cioè dadaista? Lascio il problema ai lusitanisti più volenterosi.

Caro Remo, come avrai capito, la poesia di Pessoa è totalmente intraducibile, ben più della semplice parola Saudade. Con Pessoa essa diventa un flatus vocis fatto di allitterazioni, giochi verbali e intrecci fonetici: la melopea abituale di cui si è quasi perso il senso e della quale non si conoscono bene le parole, un po' come capitava alle beghine che andavano a dire le orazioni in chiesa quando la messa era ancora in latino.

Via via, cercando disperatamente di tradurti in italiano questa parola intraducibile, la Saudade che di te avevo all'inizio, caro Remo, è andata aumentando, e l'auspicio che faccio è di rivederti presto, per poter matar Saudades, cioè 'ammazzare Saudades’, come si dice in buon portoghese. Perciò direi che ora basta con la Saudade, non ti pare?

Saudades dal tuo

Antonio

 

*Pubblicato in Studi di Letterature Comparate in Onore di Remo Ceserani - Letture e Riflessioni Critiche (vol. 1), a cura di Mario Domenichelli [et al.], Vecchiarelli Editore, Roma, 2003, pp. 347-354.